6 Gennaio 2009
Lodo Alfano: le firme dei cittadini
Piazza Navona è stata una grande vittoria di impegno civile, a dimostrazione di come la società civile non si è completamente rassegnata a chiudersi in casa, ma ha ancora la forza di riflettere e agire. Abbiamo dimostrato che si può tornare a fare politica anche tra la gente e non più solo nelle segrete stanze del potere. La Rete e il passaparola hanno fatto il miracolo.
A Piazza Navona abbiamo manifestato contro il lodo Alfano, una legge che di fatto ha violentato immoralmente e incostituzionalmente lo Stato di diritto, perché, d’ora in poi, nel nostro Paese "la legge è uguale per tutti, meno che per quattro persone", fra cui Silvio Berlusconi, rendendoli di fatto impunibili e impuniti.
La raccolta delle firme per il referendum contro il Lodo Alfano, iniziata l'11 ottobre scorso, ha superato il muro del milione, doppiando di fatto la quota minima richiesta di 500 mila. Abbiamo trascorso le vacanze di Natale a verificarle una per una, e domani alle ore 10:00 a Roma, davanti al Palazzo di Giustizia, consegneremo le firme presso la Corte Suprema di Cassazione.
Grazie a tutti per l'impegno.
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5 Gennaio 2009
Passaparola di lunedi 5 gennaio
Il tesoro di Craxi
Craxi, lo Statista che fece la Storia
Craxi, i terroristi e Saddam Hussein
L'On. Gerry Scotti e boom del debito pubblico
La latitanza di Craxi
Testo:
"Buongiorno a tutti.
Chi di noi ha avuto la sfortuna di essere sintonizzato su Canale 5 ieri a mezza sera, avrà notato uno spettacolino degno della Korea di Kim Il Sung, una specie di monumento equestre in versione televisiva a Bettino Craxi, nel nono anniversario della sua scomparsa.
Un filmino messo insieme da alcuni suoi ex famigli e ovviamente trasmesso in pompa magna, è il caso di dirlo, da Mediaset.
E' chiara la devozione di Mediaset al suo santo protettore: senza Craxi, Berlusconi non sarebbe dov'è, Mediaset non sarebbe lì visto che è sopravvissuta alle varie violazioni di legge che prima Fininvest e poi Mediaset hanno perpetrato in barba alle normative nazionali, europee, alla Corte Costituzionale, eccetera.
Grazie al padrinaggio di Craxi e poi al padrinaggio dello stesso Berlusconi che poi è andato in politica a sostituirlo.
Si comprende la ragione per cui Mediaset e Fininvest e il mondo Berlusconiano sono così affezionati allo scomparso leader pregiudicato e latitante.
La cosa interessante è che probabilmente nemmeno Mediaset si era mai ridotta così male, si era mai abbassata e umiliata a tal punto, nella sua campagna revisionista e negazionista di quello che è avvenuto nella storia italiana negli ultimi quindici-vent'anni.
Si provava imbarazzo persino per Mediaset, ieri sera, nel vedere scorrere quella specie di vita dei Santi, quella specie di agiografia di Santa Maria Goretti con gli occhiali e il garofano.
Purtroppo, molti di quelli che hanno visto quella cosa, spero pochi grazie alle vacanze, erano persone che hanno dimenticato, altri sono persone che non hanno mai saputo, altri sono persone che non c'erano perché sono giovani e quindi non hanno gli strumenti per verificare.
Forse è il caso di mettere qualche puntino sugli “i” per evitare gli effetti collaterali di queste vere e proprie armi di distruzione di massa intellettuale e cerebrale e della memoria collettiva, onde evitare che poi queste radiazioni si propaghino per anni.
Meglio fermarle, meglio immunizzarsi.
Intanto era chiaro a tutti che se fosse vero quello che è stato raccontato non si capirebbe per quale motivo questo signore è dovuto scappare dall'Italia in fretta e furia, per sfuggire a varie sentenze di condanna e a un destino di galera, visto che Craxi era stato condannato a dieci anni di galera.
Voi sapete com'è difficile in Italia riuscire a condannare un potente, non dico a dieci anni ma a dieci minuti di galera.
Lui era riuscito a totalizzare dieci anni e, se non fosse morto prematuramente, ne avrebbe totalizzati altri perché c'erano tanti altri processi per tangenti che avevano già superato la prima fase e probabilmente Craxi se la sarebbe cavata con una ventina d'anni di galera, visto quel poco che si era scoperto rispetto a quello che aveva fatto.
Soprattutto, non si capirebbe per quale motivo questo statista di fama mondiale, nei periodi di massimo fulgore, riuscisse a ottenere il 14 e qualcosa percento dei voti.
All'epoca si votava col proporzionale. Il miglior Craxi ha ottenuto meno voti del peggior Fini, perché voi vi rendiate conto di quanto poco gli italiani si fossero accorti di questo tesoro che avevano in casa, incompreso.
In compenso il tesoro ce l'aveva Craxi che in Svizzera era tenutario di due conti, il conto Constellation finanzier e il conto Northen Holding, che gli gestiva un suo compagno di scuola, Giorgio Tradati, fiduciariamente – un prestanome – sui quali accumulava i soldi delle tangenti che le più grandi imprese italiane gli pagavano.
Dalla Fiat, all'Olivetti, alla Fininvest, il gruppo Ligresti, il gruppo Torno... vari grandi costruttori, piccoli e medi.
Soldi suoi, non soldi del partito. Poi c'erano anche le tangenti per il partito che venivano gestite su altri conti, sempre in Svizzera, da un altro gestore che era il tesoriere del partito, l'On. Vincenzo Balzamo.
Sui soldi personali di Craxi andò poi a spazzolare tutto un barista di Portofino che Craxi designò al posto di Tradati, quando nel 1993 temeva che Di Pietro e il pool di Milano gli sequestrassero la roba sua.
Cioè era roba nostra però se ne era appropriato lui.
Raggio fu mandato in Svizzera: era il fidanzato della contessa Vacca Agusta , una vecchia amica di Craxi che abitava a Portofino, spazzolò i conti, portò via cinquanta miliardi di lire che Craxi teneva in quel momento e scappò in Messico, dove rimase latitante per un paio d'anni.
Una volta preso confessò e fece la lista della spesa, dimostrando che Craxi quei soldi non li usava per il partito ma per se, e infatti i giudici poi hanno ricostruito questa lista della spesa.
Una lista che fa un po' spavento se uno pensa alla fama che hanno costruito intorno a questo presunto statista, che in realtà era un comune ladro, se “ladro” ha ancora il senso che gli abbiamo dato nei vocabolari: persona che si appropria di denaro altrui.
Si era comprato appartamenti a Barcellona, New York, La Tuille, Milano, Madonna di Campiglio.
Si era comprato un aereo privato del valore di un milione e mezzo di dollari, aveva regalato alla sua amica – la possiamo chiamare così – Ania Pieroni una televisione. Non un televisore, proprio una stazione televisiva, Roma CineTV, che pagava a botte di cento milioni al mese.
Non bastando, le pagava anche la servitù, l'autista, la colf e le acquistò – sempre a questa ragazza dalle doti spettacolari – un hotel, l'hotel Ivanhoe, a Roma e un appartamento.
Poi, naturalmente, c'erano gli affetti familiari: il fratello Antonio era un signore, dev'essere anche simpatico, che si era invaghito del guru Sai Baba, quindi pascolava per le indie al seguito del Sai Baba.
Era piuttosto squattrinato e una Craxi, coi soldi nostri, gli comprò una villa e un'altra volta gli prestò 500 milioni di lire che non rivide mai più, tanto non erano suoi.
C'era la cognata che si occupava di queste vicende, mi pare che si chiami Silvy.
Poi c'era il figlio Bobo, che a Milano in quel periodo sentiva un'aria poco favorevole, e gli affittò un bel villino a Saint Tropez perché andasse anche lui esule a svernare lontano da occhi indiscreti e malevoli.
Queste ed altre sono le destinazioni di quei soldi, ma ieri sera la parola “tangenti” non è mai risuonata in tutta l'ora del cosiddetto documentario perché si parlava d'altro.
Voi avete visto, a Craxi sono stati attribuiti tutti i grandi avvenimenti dell'ultimo secolo, mancava soltanto, per motivi anagrafici, che gli attribuissero anche la vittoria nella prima Guerra Mondiale alla battaglia di Vittorio Veneto o alla guerra di Crimea ai tempi del Risorgimento, o un ruolo decisivo nel Congresso di Vienna.
Ma solo perché non era nato, altrimenti l'avremmo visto spuntare anche al Congresso di Vienna con un bel parrucchino.
In compenso gli hanno attribuito la caduta di Pinochet, il ritorno della democrazia in Cile; la Primavera di Praga; la battaglia dell'Occidente contro i missili dell'Unione Sovietica.
Se l'Unione Sovietica ha dovuto disarmare e poi è tracollata è stato merito di Craxi.
Gli hanno attribuito meriti clamorosi nella vittoria di Solidarnosc in Polonia, gli hanno attribuito addirittura la paternità di Blair.
Blair sarebbe un figlioccio di Craxi: Blair non lo sa ma è un figlioccio di Craxi.
Gli hanno attribuito la caduta del Muro di Berlino, trionfi in tutto il mondo e su tutto l'Orbe Terracqueo.
Addirittura, a un certo punto, si è sentito che Craxi sarebbe il padre dell'Europa.
Noi credevamo che fossero De Gasperi, Shuman e Adenauer: no, l'Europa che ci piace come la conosciamo ora nasce a Milano negli anni Ottanta, per merito di Craxi.
Questo abbiamo sentito dire ieri sera: Craxi che lotta contro i militari sudamericani, Craxi anticomunista perché l'Italia, se non lo sapevate, è stata governata per cinquant'anni dai comunisti, tranne il periodo in cui c'è stato Craxi.
Questa è la versione che ci hanno dato, e quando si faceva accenno alla Democrazia Cristiana era per dire che questa stava con i comunisti.
In realtà non c'è mai stato nessun governo con ministri comunisti, mentre dagli anni Sessanta al Novantadue tutti i governi, salvo rare eccezioni, hanno avuto ministri democristiani e socialisti.
Si sono dimenticati di dire che questo portentoso anticomunista di Craxi governava a Roma con i democristiani e nelle giunte locali con i comunisti.
Lui governava sempre, l'alleato cambiava a seconda di chi era a disposizione.
A Milano, per esempio, le giunte rosse erano capitanate da suo cognato Pillitteri.
Ma anche di questo familismo amorale di Craxi, che aveva sistemato il cognato a sindaco di Milano, il figlio al vertice del Partito Socialista milanese, una corte di nani e ballerine non si è minimamente sentito raccontare.
E' stato elogiato Craxi perché si opponeva alla linea della fermezza, cioè voleva trattare con le Brigate Rosse, e questo elogio arriva dagli stessi che oggi ci dicono che bisogna avere una linea della fermezza contro il terrorismo, quello degli altri: quando il terrorismo ci tocca allora bisogna trattare.
Questa è la loro posizione.
Ci hanno raccontato che Pertini era un grande amico di Craxi, proprio un suo sponsor, mentre sappiamo benissimo che Pertini non sopportava Craxi e faceva delle sfuriate incredibili, anche pubbliche, nei confronti di questo ducetto che si comportava come se l'Italia fosse diventata una Repubblica presidenziale o, anzi, come una Repubblica dove comanda il premier.
Ci hanno fatto vedere che Craxi fu il primo a toccare il tabù della intoccabilità della Costituzione, come se fosse un bene predicare contro la Costituzione del proprio Paese – una cosa che si può fare soltanto in Italia, quello di sputare sulla propria Costituzione e di vantarsene come se fosse un merito.
Fu il primo a denunciare la politicizzazione della magistratura: non hanno precisato che Craxi si accorse della politicizzazione della magistratura quando i magistrati cominciarono ad arrestare i socialisti che rubavano.
Quando presero i socialisti della giunta di Torino, giunta rossa, che rubavano. Giunta capitanata da un galantuomo, come Diego Novelli, ma dentro c'erano anche delle persone che si sono scoperte essere permale e che infatti Novelli immediatamente segnalò, grazie alla denuncia di un imprenditore alla Procura della Repubblica.
Quando i magistrati andarono a prendere un altro boss socialista, Teardo, in Liguria, quando furono scoperti scandali che riguardavano ruberie socialiste in tutti gli anni Ottanta; quando Beppe Grillo fu cacciato dalla Rai per avere cominciato a dire quello che la vox populi sapeva e diceva sottovoce da tempo, cioè che i socialisti erano diventati dei gran bei forchettoni.
Craxi, quando cominciarono a prendere i ladri di casa sua, sentendo ovviamente avvicinare le sirene a se stesso, tuonò contro la politicizzazione della magistratura e questo viene addotto come un suo merito, mentre in realtà è l'inizio di una deriva devastante del potere politico che attacca il potere giudiziario quando questo ci vede molto bene e le rare volte che faceva il suo dovere, negli anni Ottanta.
Craxi aveva magistrati amici suoi: consulente a Palazzo Chigi, quando Craxi fu presidente del Consiglio tra l'83 e l'87, c'era il giudice Squillante che poi si è scoperto prendere soldi in Svizzera dagli avvocati dei suoi imputati, a cominciare da Previti.
Squillante era il consigliere giuridico di Craxi, era una specie di attaché del Partito Socialista nella magistratura romana dove era il vice capo dell'ufficio istruzione e, con il nuovo codice, il capo dell'ufficio GIP.
Era quello che decideva chi si arresta e chi no, chi si rinvia a giudizio e chi no, e infatti non rinviava a giudizio e non arrestava mai nessun socialista, nemmeno sotto tortura, era contro i suoi princìpi.
Ma questo, naturalmente, non era un giudice politicizzato perché era un giudice che, ad honorem, aveva la tessera del PSI, anzi la tessera col faccione di Bettino Craxi.
Berlinguer tirò fuori la questione morale e infatti, nel documentario, viene dipinto come un losco figuro, uno che parla di questione morale in casa socialista è come uno che parla di corda in casa dell'impiccato, o meglio uno che parla di manette in casa del ladro.
Ci viene raccontato che quando Berlinguer manifestava contro gli euromissili era pagato per fare quelle manifestazioni dall'Unione Sovietica.
Ci viene raccontato l'episodio di Sigonella, che ancora purtroppo, secondo molti, è considerato uno degli aspetti migliori della carriera politica di Craxi perché nessuno si ricorda più come andarono le cose.
Un commando di terroristi dell'OLP, capitanati da Abu Abbas, aveva sequestrato una nave da crociera dell'Achille Lauro in acque italiane, nel mediterraneo.
Il governo italiano, presidente del Consiglio Craxi, ministro degli esteri Andreotti, ministro della difesa Spadolini, trattarono con il presidente egiziano Mubarak perché si arrivasse ad una soluzione incruenta e promisero a lui, e quindi ai palestinesi che erano in collegamento diretto con Arafat che come al solito faceva il doppio gioco, che se se si fossero consegnati non sarebbero stati affidati agli americani ma sarebbero stati giudicati dalla giustizia italiana.
Questo ufficialmente venne detto, cosa fu pattuito segretamente lo possiamo immaginare da quello che successe dopo.
Quando i terroristi, una volta consegnati, arrivarono su un aereo militare nella base americana di Sigonella, successe che gli americani tentarono di farseli consegnare per portarli in America e processarli.
Li volevano processare perché, contrariamente a quello che si erano impegnati a fare, cioè una fine incruenta del sequestro, si era scoperto che questi tagliagole dell'OLP, di Abu Abbas e dei suoi uomini, avevano assassinato un ebreo paralitico anziano americano, che era in crociera in carrozzella, Leo Klinghofer, e avevano lanciato il cadavere nel mare.
C'era la chiglia dell'Achille Lauro sporca del suo sangue.
Questi assassini gli americani li volevano processare nel loro Paese: giustamente, l'Italia disse: “il delitto è avvenuto in Italia, li processiamo noi”.
Certo, ma si sarebbe dovuto prendere questi terroristi e affidarli alla giustizia italiana.
Invece, si presero i pesci piccoli cioè i membri del commando, ma il capo della banda, l'ideatore del sequestro, Abu Abbas, fu caricato su un aereo dei servizi segreti, spedito in Iugoslavia e di lì mandato in Irak, dove c'era Saddam Hussein pronto ad accoglierlo a braccia aperte.
Il governo Craxi ha preso il capo di una banda di terroristi che hanno sequestrato una nave e hanno assassinato un ebreo paralitico anziano in carrozzella a sangue freddo e lo ha gentilmente consegnato a Saddam Hussein, per evitare che venisse processato in base a un delitto commesso in Italia.
Tant'è che Abu Abbas fu condannato in contumacia all'ergastolo, ma non scontò mai la pena ed è morto due o tre anni fa a Baghdad durante le operazioni di guerra, peraltro per ragioni naturali.
Questo è il caso Sigonella: non è vero che Craxi difese a spada tratta la sovranità italiana, Craxi sottrasse il capo di una banda di assassini terroristi alla giustizia italiana per farlo scappare in Irak, dove in quel periodo c'erano le armi di distruzione di massa perché Saddam Hussein si stava occupando di gassare curdi e altre minoranze.
Ieri questo non ci è stato raccontato, ci è stato raccontato che fu un capolavoro diplomatico e che anzi furono tutti contenti, che la cosa finì a tarallucci e vino tra applausi generali.
Per fortuna c'erano gli spot, in questo vergognoso documentario, e si vedeva Gerry Scotti che annunciava qualche programma da lui presentato.
Nessuno ha raccontato che l'uomo che si vedeva negli spot, Gerry Scotti, fu candidato al Parlamento da Craxi e fu eletto deputato.
Pensate, abbiamo avuto Gerry Scotti deputato, nessuno se lo ricorda.
E' stato uno delle più grosse conquiste ottenute da Craxi a livello politico, insieme a candidature be più terrificanti, visto che in Parlamento c'erano nani ballerine e diversi furfanti.
A Craxi è stata attribuita anche la crescita delle piccole e medie imprese: faceva tutto lui, era una cosa fenomenale.
Nessuno ha ricordato che per la sua politica economica - che è stata elogiata per tutto il documentario come se fosse un grande economista, uno che ha salvato l'economia italiana - nei quattro anni in cui fu al governo il debito pubblico passò da quattrocentomila miliardi a un milione di miliardi.
Cioè, è più che raddoppiato.
Il rapporto tra il debito e il Pil, fondamentale per rientrare nei parametri europei di Maastricht, passò dal 70 al 90%.
In quattro anni un debito pubblico che era ancora abbastanza accettabile esplose e ci portò completamente fuori.
Questo è il salvatore dell'economia italiana, lo stiamo pagando ancora adesso.
Quando voi sentite dire che abbiamo settanta miliardi di euro di interessi sul debito e viene sempre attribuito a misteriose eredità del passato, bene il grosso dell'eredità si chiama Craxi.
Naturalmente, nessuno ha fatto vedere i suoi rapporti affettuosi con Licio Gelli, con Squillante, con personaggi addirittura della mala milanese.
Ci è stato detto, invece, che lui ha abbattuto l'inflazione a due cifre, ci ha trasformati in una quinta potenza mondiale, sempre naturalmente contro i comunisti che lavoravano nell'ombra perché erano i padroni dell'Italia, figuratevi.
Ci è stato detto che nel 1992 il pentapartito era in grande salute, ha ottenuto un bel cinquantadue percento dei voti e poi non si capisce cosa sia successo perché il narratore smette di parlare e si cominciano a vedere gazzelle della guardia di finanza, i magistrati di Mani Pulite, facce, circostanze e titoli di giornale.
Ma non c'è nessuno che descrive quello che è successo: è ovvio, perché se avessero dovuto descrivere quello che è successo avrebbero dovuto raccontarvi i nomi dei conti in Svizzera, i cinquanta miliardi che c'erano dentro, le spese private personali e familiari che faceva coi soldi che aveva rubato a noi.
La fuga per sfuggire, latitante, alle leggi del suo Paese, le condanne che nel frattempo si accumulavano, le confessioni che tutti quelli che gli avevano dato i soldi stavano facendo.
Alla fine ci hanno fatto sentire solo la sua versione dei fatti, cioè il suo discorso alla camera che è un altro dei grandi fraintendimenti, delle grandi leggende metropolitane perché ci viene raccontato come un grande discorso di verità e di coraggio.
In realtà non ci vuole nessun coraggio, essendo protetti dall'immunità parlamentare, ad andare in Parlamento e dire: “Signori, qui abbiamo rubato tutti: chi pensa che non sia vero si alzi in piedi e giuri”.
Questo ha fatto lui e questo si è vantato di avere fatto in un'intervista trasmessa in questo documentario.
Non ci vuole nessun coraggio perché non è che Craxi, alla fine di quel discorso, visto che diceva “ho rubato anche io”, per la sua parte di furti si è spogliato dell'immunità parlamentare e si è consegnato nella più vicina questura o caserma dei Carabinieri o della Guardia di Finanza perché gli mettessero le manette e lo portassero via a espiare la pena delle porcate che aveva commesso.
No, lui diceva “abbiamo rubato tutti” perché sottintendeva “quindi ci salviamo tutti, con una bella legge salvaladri”.
Questo era il discorso di Bettino Craxi.
Indipendentemente dal fatto che avessero rubato tanti altri - e infatti ne hanno presi tanti altri di sinistra, di centro, di destra; Mani Pulite sapete che ha preso di tutto, comunisti, persino un missino, democristiani, repubblicani, liberali – tu sai quello che hai fatto, l'hai appena detto, vai e paghi.
Questo non è avvenuto e non c'è niente di coraggioso in quello che ha fatto.
Quello era un ricatto, era un discorso ricattatorio e se c'è qualunquismo in Italia, se si dice nei bar che è tutto un magna magna, che rubano tutti, che sono tutti uguali, è colpa di discorsi come quelli.
E' colpa di chi va in Parlamento e dice che rubano tutti.
Quando dici “qua rubano tutti” autorizzi la gente a pensare che sono tutti uguali.
Voi potete pensare che i mille parlamentari che c'erano in quel momento tra Camera e Senato rubassero tutti? Evidentemente no, c'erano un sacco di persone perbene.
Semplicemente non potevano giurare sull'onestà di tutto il resto del loro partito, ma dato che la responsabilità penale è personale, su Craxi e su tanti altri si sono trovate le prove perché c'erano ma magari su altri non si sono trovate perché le hanno nascoste, su altri ancora non si sono trovate perché non c'erano.
E' quello che porta al qualunquismo, ed è strano che un uomo che con quel discorso e con le sue ruberie ha distrutto il più antico e glorioso partito cento anni dopo la sua nascita - perché il Partito Socialista è stato il primo partito italiano e Craxi lo ha distrutto, non i giudici, come Moggi ha portato la Juventus in serie B e non i magistrati – non venga ricordato come il distruttore del Partito Socialista.
Dopo che la gente ci era morta per costruirlo e per ricostruirlo durante la Resistenza, la gente ci aveva speso, dal più umile dei militanti ai grandi leader come Pertini, Nenni, Riccardo Lombardi, Turati.
Perché continuano a beatificare proprio quello che lo ha distrutto, portandolo nel fango e nello sterco?
Perché certi favori poi si pagano anche postumi: invece di raccontarci le tangenti, le valigette, i soldi, ci hanno raccontato la giustizia politica, la giustizia a orologeria, i suicidi in carcere.
Sappiate che per Mani Pulite non si è suicidato nemmeno un imputato. Quando dico nemmeno uno, vuol dire nemmeno uno: zero sono i suicidi in carcere dell'inchiesta Mani Pulite.
Abbiamo sentito parlare di golpe.
A un certo punto Craxi fa un parallelo tra l'inchiesta Mani Pulite e le bombe che la mafia sta mettendo in quel momento.
Di Berlusconi non si è parlato in tutto il documentario, come se Berlusconi non esistesse, come se gli imprenditori fossero solo De Benedetti e Romiti.
Berlusconi non c'era: i ventuno miliardi che ha pagato a Craxi tramite la All Iberian sui conti in Svizzera, le due leggi che gli ha fatto Craxi negli anni Ottanta per neutralizzare le ordinanze dei pretori sulla Fininvest, la legge Mammì che gli ha scritto su misura per mantenere il suo monopolio sulla TV privata.
Craxi che festeggia con Berlusconi lo scampato pericolo quando nell'Aprile 1993 la Camera nega l'autorizzazione a procedere chiesta dai giudici di Milano.
Berlusconi che scende in campo calpestando la memoria di Craxi, fingendo quasi di non conoscerlo e dicendo: “Io sono Mani Pulite, basta con questi partiti che rubano”.
Non si è detto una parola su niente, non s'è detto una parola sui rapporti tra Craxi e l'imprenditoria più losca del Paese.
Craxi è stato presentato come uno che contrastava le grandi famiglie del salotto buono del capitalismo, quando poi in Svizzera nei suoi conti arrivavano i soldi dalle grandi famiglie del salotto buono.
Persino De Benedetti a un certo punto confessò di aver pagato tangenti a Craxi perché se no nella pubblica amministrazione non lo lasciavano entrare.
Che la Fiat l'abbia pagato è scritto in sentenze definitive, eppure Craxi viene presentato come un ostacolo, una pietra d'inciampo delle grandi famiglie.
Alla fine si vede la spiaggia di Hammamet, il mare, il tramonto e ogni tanto compaiono anche i ritratti di Mazzini e Garibaldi, come per dire “avete capito che questo non è un latitante, ma un esule”.
Purtroppo Mazzini e Garibaldi non rubavano, questa era la differenza: non erano scappati dall'Italia perché rubavano ma evidentemente per motivi politici.
Per chi vorrà approfondire è inutile che vi dica che ci sono libri, documenti, delle sentenze (ne metteremo altre sui nostri blog).
Tenete presente che c'è un motivo per cui va in onda oggi.
Non c'è nemmeno la cifra tonda dei dieci anni, sono nove gli anni dalla scomparsa di Craxi.
La ragione per cui è andata in onda questa agiografia è perché, insieme a Licio Gelli, si sta avverando il progetto craxiano: presidenzialismo e controllo politico sulla magistratura.
E' sembrato giusto, a chi di dovere, dopo il grande ritorno televisivo del Gran Maestro Unico Licio Gelli, con tanto di grembiulino, omaggiare anche un altro ispiratore di questi tempi mefitici e laidi che stiamo vivendo.
Passate parola."
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4 Gennaio 2009
Malpensa truffata

"Cornuti e mazziati' dal Governo Berlusconi. Così sono finiti i lavoratori di Malpensa e tutte le imprese e i cittadini della Lombardia e del Nord alla conclusione della vicenda Alitalia.
La scorsa primavera Berlusconi e la Lega, quand'erano ancora all'opposizione, bloccarono la vendita di Alitalia ad Air France perché, a loro dire, avrebbe penalizzato lo scalo di Malpensa e, quindi, tutta l'economia lombarda. Ora che sono al Governo hanno chiuso l'affare proprio con Air France, con l'aggravante però che i debiti della vecchia Alitalia (pari ad oltre 3 miliardi di euro) sono stati messi a carico dei contribuenti italiani, mentre prima se li accollava Air France, e con l'ulteriore aggravante del licenziamento in corso per oltre 12 mila dipendenti Alitalia e più del doppio che ci saranno nel mercato dell'indotto attorno allo scalo di Malpensa. Inoltre, c'è da considerare che attraverso il finanziamento ad Expo 2015 sono venuti a mancare i soldi per il potenziamento al sistema autostradale e ferroviario, fondi voluti fortemente dal governo Prodi.
Insomma, è la solita "truffa alla Berlusconi", di cui gli italiani sono tenuti all'oscuro solo perché i mezzi di informazione o sono in mano allo stesso Berlusconi o , come nel caso del servizio pubblico, sono sottoposti ai suoi veti e alla sua influenza.
L'Italia dei Valori già dal prossimo giovedì 8 gennaio parteciperà alla manifestazione pubblica di protesta e denuncia, che farà proprio a Malpensa per sollecitare l'opinione pubblica a vigilare su quest'altro misfatto a favore dei 'furbetti del CAI', a cui Berlusconi ha voluto regalare la nostra compagnia di bandiera.
E ci auguriamo che anche la Lega – sulla cui onestà intellettuale nell'avere a cuore l'economia del Nord non dubitiamo – sappia trovare la forza per opporsi al disastro economico imprenditoriale che sta per abbattersi attorno allo scalo milanese di Malpensa. E l'augurio è che la Lega questa volta voti con coraggio gli emendamenti che tendono a liberalizzare il mercato su Malpensa aprendo a tutte le compagnie aeree. Coraggio non avuto nei provvedimenti cosiddetti 'Salva Alitalia', proposti dal governo Berlusconi l'estate scorsa, lasciando così l'IdV sola in questa battaglia.
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3 Gennaio 2009
L'altra meta' della mela

Riporto una mia intervista, rilasciata e oggi pubblicata dal quotidiano Libero, sulle pubblicazioni a me rivolte da Il Giornale in tema di rimborsi elettorali ai partiti.
Antonio Di Pietro: Il Giornale pubblica una memoria di controparte presentata in un processo civile da quelli del “Cantiere”, un'associazione che fa riferimento a Occhetto e a Giulietto Chiesa, in cui si chiede la divisione dei rimborsi elettorali delle Europee 2004.
Libero: E fin qui non ci vedo niente di male.
Antonio Di Pietro: Già, se non fosse che per ben tre volte la Camera dei Deputati ha respinto una richiesta analoga e due volte l'ha fatto la magistratura. Ora, è un sacrosanto diritto del gruppo che fa riferimento a Giulietto Chiesa presentare simili istanze tutte le volte che ritiene opportuno, però resta il fatto che ci hanno dato ragione cinque volte su cinque. Mi sembra abbastanza per affermare che siamo nel giusto.
Libero: Perché avrebbero torto a chiedere una parte dei rimborsi? Non gli spetterebbero in parte?
Antonio Di Pietro: Il “Cantiere” è nato nel 2005, perciò non può ottenere il rimborso di un'elezione avvenuta nel 2004. In secondo luogo, il rimborso viene riconosciuto al partito che fa richiesta, non ai singoli candidati: non s'è mai vista una divisione pro quota, cioè un pezzo a me e un pezzo a te. Per questo cinque volte su cinque, sia la Camera dei Deputati sia i magistrati, ci hanno dato ragione. Il Giornale, se non voleva essere fazioso e omissivo, avrebbe dovuto raccontare anche l'altra metà della mela.
Libero: Nell'inchiesta si dice che lei, sua moglie Susanna Mazzoleni e l'onorevole Silvana Mura abbiate un'associazione Italia dei Valori che si sovrappone al movimento politico Italia dei Valori.
Antonio Di Pietro: O benedetto signore, ma sono la stessa cosa! Che lo chiami associazione o movimento sempre quella siamo! Gli organi sono gli stessi. E c'è un solo conto corrente, da dove si prelevano soldi esclusivamente per attività del movimento.
Libero: Era proprio necessario sdoppiare la struttura?
Antonio Di Pietro: Ogni partito, nel suo statuto, adotta cautele di garanzia nella gestione della tesoreria. Lo statuto ti può non piacere, io mica metto il becco negli statuti degli altri: noi ci siamo garantiti cosi e ci sentiamo tranquilli dalle rivendicazioni di qualche guastafeste.
Libero: Teme qualche guastafeste dentro il suo partito?
Antonio Di Pietro: I litigi dentro il Pd tra ex Margherita ed ex Ds sul patrimonio mica me li sono sognati io. E voglio vederli adesso quelli di Forza Italia con quelli di An quando faranno il Pdl. Voglio stare tranquillo e voglio vederci sempre chiaro, io.
Libero: Già, io. Antonio Di Pietro. Dicono che dentro l'Italia dei Valori a dettar legge sia solo lei.
Antonio Di Pietro: Intanto noi facciamo i congressi, gli altri non lo so. La democrazia interna non ci manca. Ciò precisato, ammetto che dopo alcuni errori nella valutazione delle persone abbiamo voluto che Italia dei Valori fosse fondata da queste persone: io, Susanna Mazzoleni e Silvana Mura. Mi sembra che anche gli altri partiti siano nati per iniziativa di una singola persona: se non va bene allora il Giornale faccia la morale prima a Berlusconi, poi agli altri.
Libero: Potete sempre cambiare passo.
Antonio Di Pietro: E' già cosi. Italia dei Valori è cresciuta, è presente in tutte le istituzioni, sia a livello nazionale che locale, e le liste non le fa solo Antonio Di Pietro.
Libero: Lei è simbolo della massima trasparenza...
Antonio Di Pietro: E allora mi stia a sentire bene: l'Italia dei Valori ha depositato un disegno di legge per la registrazione dei partiti, vogliamo che i partiti siano regolamentati da una sola normativa. Non solo, in questa finanziaria abbiamo chiesto di eliminare i rimborsi elettorali proprio perché si faccia una legge sulla regolamentazione dei partiti. Le sembro uno che vuole nascondere qualcosa?
Libero: No. Infatti ha creato due soggetti, perché non si sa mai...
Antonio Di Pietro: Quali due? Uno solo! Oggi i partiti sono gestiti come associazioni di fatto e ognuno si fa uno statuto interno. L'importante è non stornare i finanziamenti per attività diverse ad quelle del partito. E noi cosi abbiamo fatto, tant'è che – glielo ripeto – la richiesta del “Cantiere” è stata respinta cinque volte su cinque. Ma ora vogliamo parlare dei veri problemi? Vogliamo dire che l'indipendenza della magistratura è minacciata?
Libero: A me sembra che anche qualche cittadino innocente sia minacciato da svarioni giudiziari: lo vogliamo dire? Lo vuole ammettere anche lei?
Antonio Di Pietro: Le garanzie si danno con i fatti. Vogliamo una giustizia che funzioni? Vogliamo processi più veloci? Allora ci vogliono più soldi e non meno soldi com'è uscito dalla finanziaria di Berlusconi. Ci vuole più personale, invece qua se ne taglia il 30 per cento.
Libero: Il ministro ombra della Giustizia Tenaglia ha proposto tre giudici anziché uno per evitare che la carcerazione preventiva metta dentro gente per niente. E' d'accordo?
Antonio Di Pietro: Per me ne possiamo mettere anche cinque di giudici, ma poi li devi avere. Invece non ci sono, lo dico, recuperiamo i mille giudici in aspettativa, prendiamo i giudici militari che forse sono più utili a smaltire le cause, recuperiamo la magistratura ordinaria, e poi vediamo se i processi durano di meno o di più. Il problema si risolve con gli strumenti finanziari e quelli organizzativi, altrimenti è il solito modo perché la Casta non subisca processi.
Libero: In Italia quando c'è un problema si dice che è colpa del personale che manca, intanto l'abuso della carcerazione preventiva resta un dato di fatto.
Antonio Di Pietro: Non è vero. Sull'uso della carcerazione preventiva c'è un giudice che la applica e un altro che ne verifica le condizioni. Se si mettono i giudici nella condizione di lavorare meglio e più serenamente, la giustizia funzionerebbe meglio. Per quel che ci riguarda il 7 gennaio presenteremo il milione di firme contro il lodo Alfano. Forse è per questo che poi ci dedicano cosi tante attenzioni.
Libero: Le inchieste sono il sale del buon giornalismo.
Antonio Di Pietro: E allora perché la nostra voce non la fanno sentire quando parliamo dei problemi sociali del Paese? Quando respingiamo le intenzioni di mettere il bavaglio ai giudici? O quando accusiamo il governo di avere svenduto Malpensa? Adesso dare Alitalia ad AirFrance va bene, eh? Cos'è cambiato? Mi facciano parlare delle cose vere invece di montare ad arte certe accuse contro Di Pietro. Ma hanno fatto male i calcoli, non cediamo. Io non cambio.
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2 Gennaio 2009
Il guastafeste - L'opposizione sono io

Riporto un brano tratto da "Il guastafeste", la mia autobiografia pubblicata da "Ponte alle Grazie" e scritta dal mio intervistatore Gianni Barbacetto, dal titolo "L'opposizione sono io" (pag. 16).
Gianni Barbacetto: Il centrodestra ha prima negato di aver voluto con i suoi interventi favorire Retequattro, e poi ha ritirato il provvedimento e rilanciato il dialogo con Veltroni.
Antonio Di Pietro: E allora è cominciato il peggio. Sono arrivate le leggi-canaglia. Dal suo punto di vista, Berlusconi è sempre stato coerente con se stesso: checché se ne dica, si è messo a fare politica per risolvere i suoi guai giudiziari e si è comportato di conseguenza. Anche questa volta, ha messo subito in cantiere le leggi che gli servivano. A Milano lo stavano processando per corruzione giudiziaria perché, secondo l’accusa, avrebbe pagato un testimone, l’avvocato inglese David Mills, per non fargli dire la verità in un paio di processi a proprio carico a Milano. Ma non c’era solo questo, c’era un caso forse perfino più imbarazzante, anche se è rimasto nell’ombra, poco raccontato dai giornali: il procedimento penale aperto a Roma a seguito della denuncia del marito di una bella e giovane nobildonna, Virginia Saint Just, per abusi e favori in cambio di sorrisi e tenerezze varie, denuncia poi in via di archiviazione. Ecco allora che il suo Consiglio dei ministri – suo nel senso letterale, perché se l’è fatto su misura, a proprio uso e consumo – approva in quattro e quattr’otto un disegno di legge, in cui dispone che tutti i processi che prevedono una determinata pena e sono stati commessi fino a un certo giorno – e il processo a suo carico per la corruzione di Mills era oramai alle battute finali e pronto per andare a sentenza – non devono essere più celebrati.
Gianni Barbacetto: È la cosiddetta legge «blocca-processi». Che però non è stata approvata.
Antonio Di Pietro: Certo. Una misura così scandalosa, che avrebbe addirittura bloccato l’intero sistema giudiziario italiano, era inaccettabile. Avrebbe fatto ribellare il Paese intero. Così Berlusconi ha optato per un’altra legge, chiamata « lodo Alfano », dal nome del suo giovane avvocato di studio fatto da lui apposta ministro della Giustizia: non sono più processabili le quattro più alte cariche dello Stato, il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, il presidente della Camera, il presidente del Senato. Così ha ritirato la blocca-processi, che avrebbe fermato circa centomila procedimenti pur di fermare il suo. Ma con il lodo Alfano ha in cambio violentato immoralmente e incostituzionalmente lo Stato di diritto, perché, d’ora in poi, nel nostro Paese « la legge è uguale per tutti, meno che per quattro persone». Il capo dello Stato, il presidente della Camera, il presidente del Senato e il presidente del Consiglio ora possono commettere ogni tipo di reato, anche spacciare droga, rapinare banche, ammazzare le mogli, corrompere testimoni nelle aule di giustizia – che è poi proprio quello di cui doveva rispondere Berlusconi – ma i processi, durante il loro mandato, non si possono più fare. Insomma, il cittadino non può sapere subito se i suoi principali e più autorevoli rappresentanti istituzionali siano brave persone o meno. Lo potrà sapere solo dopo che hanno finito di governare e quindi quando ormai la frittata è fatta. Ma Berlusconi non si è accontentato solo del lodo Alfano. Questo gli è servito per fermare il processo di Milano. Bisognava fermare anche i giudici di Napoli. Lì, in un altro procedimento giudiziario riguardante il dirigente della RAI Agostino Saccà, stavano venendo fuori intercettazioni alquanto compromettenti per Berlusconi, che evidenziavano suoi interventi – sempre da presidente del Consiglio, nella legislatura 2001-2006 – a favore di alcune signorine e veline varie, che chiedeva di piazzare in RAI a titolo di ringraziamento per favori resi. Individuato il problema, Berlusconi ha subito trovato la soluzione: una nuova legge per impedire sia l’effettuazione che la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche. Da quel giorno, è iniziato un tam-tam da parte dei suoi giornali e delle sue televisioni per convincere gli italiani che i mali d’Italia si risolvono togliendo gli strumenti investigativi ai magistrati. Come a dire che la malattia di un ammalato la si cura eliminando il medico.
Gianni Barbacetto: Intanto, per la «grande riforma» della giustizia che Berlusconi vorrebbe realizzare in tempi stretti, si è tornati alla «bozza Boato» della Bicamerale di Massimo D’Alema: netta distinzione delle funzioni tra magistrati dell’accusa e giudici, due distinte sezioni del CSM, un organismo disciplinare per i magistrati diverso dal CSM, aumento dei membri laici (cioè politici) del CSM, azione penale non più obbligatoria, con la politica che decide quali reati perseguire e quali no… Una parte del centrosinistra ha apprezzato che sulla giustizia si torni a riforme condivise o, come si dice, bipartisan.
Antonio Di Pietro: Questa della « riforma della giustizia » è un’altra delle fisime berlusconiane che purtroppo sta prendendo piede non solo per l’innata idiosincrasia di Berlusconi verso i giudici, ma anche per una malcelata e insana condivisione di tale rancore giudiziario da parte di molti politici, sia di destra sia di sinistra. Ciò a dimostrazione che – in materia di giustizia – non esistono chiari schieramenti contrapposti. E io ne so qualcosa, avendo sperimentato sulla mia pelle, ai tempi di Mani pulite, l’ira bipartisan contro quell’inchiesta. Ora, sia chiaro: effettivamente c’è bisogno di intervenire – e anche urgentemente – sul sistema e sull’organizzazione giudiziaria, ma per renderla più efficiente e più indipendente, non per renderla più sottomessa al governo e alla politica, sottoposta al potere dei forti e dei furbi. Ciò di cui c’è bisogno per far funzionare la macchina della giustizia non sono le riforme dei massimi sistemi, bensì mirati interventi organizzativi, finanziari e procedurali: rivisitazione delle circoscrizioni giudiziarie, accorpamento di uffici periferici sottoutilizzati, riallocamento dei tanti magistrati ancora fuori ruolo, aumento del personale ausiliario, maggiori risorse economiche, ammodernamento delle strutture tecniche e informatiche di supporto, riduzione dei gradi di giudizio, snellimento delle procedure di notificazione, accorciamento dei tempi processuali, delimitazione dei mezzi e delle modalità di impugnazione e così via…
Gianni Barbacetto: I politici non stanno discutendo di queste cose…
Antonio Di Pietro: No. Non si vuole fare nulla di tutto ciò. Con la scusa della riforma della giustizia, si vuole intervenire in materie che mettono a rischio lo Stato di diritto e la stessa tenuta democratica del nostro Paese. Si vuole intervenire sulla separazione delle carriere, per mettere i pubblici ministeri sotto il controllo del potere esecutivo. Si tenta di giustificare la necessità di separare le carriere affermando che i pubblici ministeri devono essere trattati allo stesso modo degli avvocati: in realtà, gli avvocati devono battersi sempre per l’assoluzione dei propri clienti anche se colpevoli, mentre il pubblico ministero deve svolgere sempre indagini anche a favore dell’imputato e deve chiedere la sua assoluzione se si convince che è innocente. Non basta: si vuole intervenire sull’organizzazione e sul funzionamento del CSM – che è il delicato organismo costituzionale di autogoverno della magistratura, garante della sua autonomia dalla politica – prevedendo un maggior numero di componenti eletti per nomina politica (i cosiddetti componenti laici) e spezzandolo in due senza alcuna valida ragione. A che titolo? E perché? Infine, si vuole eliminare l’obbligatorietà dell’azione penale. L’Italia dovrebbe invece andare orgogliosa di questo principio, che la pone all’avanguardia rispetto ad altri Stati: tutti devono rispettare la legge, che si deve applicare a tutti, tutte le volte che vengono commessi reati. Non c’è ragione, infatti, di dire: certi fatti sono previsti come reati, ma poi si stabilisce che non sono perseguibili. La giustificazione formale di una tale proposta è davvero ridicola. Si dice che, siccome non si riescono a fare tutti i processi, allora tanto vale scegliere di farne solo alcuni. No. Se il personale, i mezzi e le strutture non sono sufficienti, devono essere aumentati e ampliati, non si deve rinunciare a intervenire. Allo stesso modo, se le carceri non sono sufficienti per contenere tutte le persone che devono stare in galera, si devono aumentare le strutture carcerarie e non mettere fuori i delinquenti. Invece, così si è fatto anche ultimamente, con « l’indulto Mastella », ancora una volta in « cooperazione colposa » tra centrosinistra e centrodestra. Ora tutti dicono che quella soluzione fu sbagliata. Ma allora perché la votarono? Perché all’epoca vi era interesse da parte di alcuni parlamentari – tipo quelli che si trovavano nella stessa posizione processuale dell’onorevole Cesare Previti, o che avevano amici o clienti che si trovavano nella stessa situazione – a fare in modo che chi doveva ancora andarci, in carcere, non ci andasse proprio. Insomma, quell’indulto non servì tanto a diminuire la popolazione carceraria, che infatti di lì a poco riempì nuovamente gli istituti penitenziari, ma piuttosto a impedire a un manipolo di impuniti di andarci, in carcere.
Gianni Barbacetto: Intanto, la Lega chiede addirittura che i PM vengano eletti dal popolo…
Antonio Di Pietro: M’immagino che cosa succederà in certe zone a forte presenza mafiosa o dove il voto di scambio è pratica di tutti i giorni… Che tipo di magistrati verrebbero eletti? E m’immagino, sotto elezioni, con quali piedi di piombo il magistrato andrà a fare indagini contro persone e gruppi a cui di lì a poco dovrà chiedere il voto! Che cosa proporrà in cambio? Suvvia, siamo seri, se non vogliamo scadere nel ridicolo!
Gianni Barbacetto: Da solo o in accordo con l’opposizione, Berlusconi riuscirà ad arrivare con i giudici a quella che un giorno ha chiamato la «soluzione finale»?
Antonio Di Pietro: Anche in altre epoche storiche è arrivata la « soluzione fi - nale » e poi si è vista la tragedia umana che ne è conseguita. Ora non siamo certo all’olio di ricino di passata memoria, ma i segni premonitori di una nuova dittatura ci sono tutti: controllo meticoloso dell’informazione, sottomissione del potere giudiziario all’esecutivo, abuso del ricorso ai decreti legge, approvazioni forzate di leggi con la mannaia del voto di fiducia, denigrazione e ghettizzazione di ogni opposizione politica non succube o compiacente, legislazione personalizzata e personalistica, impunità costruite a tavolino, uso e abuso di ruoli pubblici per fini privati, scambi di favori con cordate economiche-finanziarie finalizzate al controllo oligopolistico dell’economia pubblica e privata, e così via. Andando avanti di questo passo, non credo che bisognerà ancora aspettare molto prima che la spallata finale avvenga. Per intanto, la « soluzione finale » è vicina per i giudici. Essi rappresentano per Berlusconi ciò che gli ebrei rappresentavano per Hitler: razza infame da eliminare, anzi dementi da mandare nei manicomi. Non lo dico io: lo ha affermato lui stesso! Ma c’è ancora una possibilità di salvezza, anzi due. Innanzitutto e per fortuna, c’è la nostra Costituzione. Gli interventi che Berlusconi e i suoi sodali vogliono fare in materia di giustizia possano essere fatti solo previa modifica della Carta costituzionale. Questo significa che ci vuole il consenso di almeno i due terzi del Parlamento. Non voglio nemmeno pensare che ci sia qualcuno dell’opposizione pronto a vendersi l’anima per questo. Poi ci sono i cittadini italiani che devono essere chiamati a ratificare le modifiche costituzionali e io credo che, alla fine, la maggioranza degli italiani ci penserà due volte prima di buttare al macero le regole che i nostri padri costituenti ci hanno dato con il sangue e con la vita.
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1 Gennaio 2009
L'inadatto presidente

Riporto un articolo del prestigioso quotidiano inglese "The Guardian", dove il giornalista definisce Silvio Berlusconi inadatto alla presidenza del prossimo G8.
"Gordon Brown ha salvato il mondo, Angela Merkel ha salvato il suo budget federale, Jose Manuel Barroso ha salvato la sua carica per un secondo mandato - e Nicolas Sarkozy ha salvato l’Europa. Adesso, mentre un anno orribile sta giungendo al termine fra ancora più terribili previsioni per l’Unione Europea, si fa avanti Silvio Berlusconi.
Ha salvato David Beckham dall’oscurità di Los Angeles aiutandolo ad ottenere un prestito di 10 settimane alla sua squadra di calcio, l’AC Milan - garantendogli accordi con sponsor molto lucrativi e apparizioni su diversi canali televisivi gestiti dal suo impero Mediaset. Avendo compiuto la missione, e’ ora deciso a tutti i costi a salvare l’Italia e, come Gordon, il pianeta.
Il primo gennaio, il giorno in cui Sarko non sarà più ufficialmente il presidente europeo, l’italiano presidente del consiglio (in italiano nel testo, N.d.T.) assumerà il controllo come presidente del G8 e, con illusioni di grandezza da togliere il respiro, è già impegnato a organizzare un vertice fra Barack Obama e il russo Dmitri Medvedev.
Entro marzo, quando l’economia europea sarà probabilmente un disastro, Berlusconi prevede un vertice dei G14 - un’idea originariamente di Sarko per coinvolgere le economie emergenti - sulla “dimensione umana” della crisi finanziaria.
Presumibilmente questo è linguaggio diplomatico che significa crescente debito personale, povertà, disoccupazione, disperazione e tutti e tutto ciò che di solito si associa alla tetraggine invernale di quella che è, potenzialmente, la recessione peggiore dalla seconda guerra mondiale. Specialmente nel suo paese, che è in recessione da due quadrimestri, che affronta un esorbitante aumento della disoccupazione, che vede il produttore di auto Fiat cercare un partner che lo rilevi per uscire dal suo tormento e, che senza l’euro e la Banca Centrale Europea che lui tanto disprezza, sarebbe in bancarotta.
Berlusconi, che ha un capitale personale di circa dieci miliardi di dollari, e che è un architetto di riforme giudiziarie in serie per permettersi l’immunità dalla giustizia, è il leader politico che ha chiamato Obama “abbronzato” e che ha paragonato un deputato tedesco a una guardia di un lager nazista (Kapo).
Il suo contributo al programma europeo di ripresa - un pacchetto-stimolo del valore di 200 miliardi di euro che equivale all’1,5% del prodotto interno lordo - sembra consistere in tagli alle tasse dei suoi sostenitori politici nelle piccole imprese e in sanzioni ridotte per evasori fiscali - equivalenti all’1% del prodotto interno lordo, secondo i politici italiani di opposizione. Il pacchetto è cosi’ irrisorio che la maggior parte degli analisti crede che possa perfino essere una riduzione delle spese.
Adesso il settantaduenne playboy del mondo occidentale vuole diventare il presidente italiano, succedendo all’ex-comunista e leader sindacalista Giorgio Napolitano, un uomo di grande integrità, dopo il 2013. Presumibilmente per la vita, alla Mugabee, e, per perpetua immunita’ contro le azioni giudiziarie, alla Chirac.
Questa è, in tutta serieta’, la persona che, per la rotazione, sarà presidente del G8 l’anno prossimo, quando è possibile che ci sarà un bagno di sangue economico in tutto il mondo.
E’ ora di finirla con questo stupido processo e, come previsto per l’Unione Europea sotto il Trattato di Lisbona ora in stallo, di scegliere un presidente di genuina statura e capacità di visione per dirigere questo organismo per il lungo periodo. E specialmente dato che siamo tutti d’accordo che, come il Consiglio di Sicurezza Europeo e l’IMF/Banca Mondiale, dovrebbe essere permanentemente riformato per includere la Cina, l’India e le restanti economie emergenti.
E’ già abbastanza grave che l’eurotossico Vaclav Klaus, il presidente ceco, diventi capo nominale dell’Unione Europea il primo gennaio (Ok, il suo primo ministro presiederà’ gli incontri). Questa rubrica preferirebbe vedere Sarko realizzare le sue ambizioni di diventare presidente a lungo termine dell’eurogruppo e leader de facto dopo il suo successo iperattivo nel dirigere l’Unione Europea per gli ultimi sei mesi.
Forse potrebbe farsi carico anche del G8/G14 per il resto della sua permanenza in carica all’Eliseo - certo di essere prolungato dopo il 2012 per ulteriori cinque anni secondo il modello corrente. O datela a Tony Blair. A chiunque tranne che all’inadatto Berlusconi, il presidente indiscusso di Tangentopoli 2 (in italiano nel testo, N.d.T.), o città della corruzione, quello che il suo paese nativo e’ nuovamente diventato."
Articolo tradotto da Italiadallestero.info.
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31 Dicembre 2008
I miei auguri per il 2009

Il 2008 è stato un anno di grandi cambiamenti. Obama è diventato presidente degli Stati Uniti, la crisi economica ha costretto il mondo a ripensare al suo modello di sviluppo, i cambiamenti climatici hanno subito un’accelerazione impensabile e preoccupante.
Il 2009 sarà un anno difficile, il crollo della finanza si ripercuoterà nell’economia reale. Nell’occupazione, nel quotidiano dei cittadini, dalla possibilità di continuare a pagare il mutuo dell’abitazione a mantenere i propri figli agli studi, fino alla pura sopravvivenza. Il numero di italiani sotto la soglia di povertà sta aumentando insieme agli sfratti e ai licenziamenti. Il 2009 è preoccupante anche per la capacità dello Stato di far fronte ai suoi impegni e ciò vale anche per molte amministrazioni locali.
Il 2009 può però essere un anno di svolta, del recupero del senso di solidarietà nazionale e di un progetto per il futuro per l’Italia. Oppure, ci può attendere un lento declino industriale, sociale e politico in perfetta continuità con il presente. Il 2009 può essere un anno in cui le parole legge, giustizia, uguaglianza vengano rivalutate insieme alla questione morale, che altro non è che la prevalenza degli onesti nella società.
O la conferma dell’attuale presenza di centinaia di condannati e inquisiti in Parlamento e il continuo tentativo di Berlusconi e dei suoi seguaci e accoliti, anche nelle file dell’opposizione, di sottrarsi in ogni modo alla legge. Il 2009 sarà, nel bene o nel male, un anno di svolta. Si metteranno le basi per una dittatura morbida, apripista del dilagare della corruzione e dello sfascio economico, due fattori che potrebbero intaccare la stessa unità nazionale, o invece, si ripartirà per una nuova fase della Repubblica.
So che molte famiglie passeranno le feste senza un lavoro e con l’angoscia per il domani. Queste persone ascoltano i proclami carnevaleschi di Berlusconi che invita a spendere per rilanciare l’economia e si sentono prese in giro. Tra di loro vi sono i 12.000 licenziati dell’Alitalia, i 9.000 della Telecom Italia e decine di migliaia di lavoratori di piccole e medie aziende.
All’appello del nuovo anno mancano 1300 persone, cadute sul lavoro, una vergogna insostenibile per un Paese civile. Soprattutto ai loro familiari e ai disoccupati va il mio augurio di Buon Anno e insieme la promessa che io e l’Italia dei Valori faremo tutto il possibile per restituire agli italiani la dignità del lavoro e l’orgoglio di vivere in uno Stato in cui prevalgano onestà e competenza.
Buon 2009 da Antonio Di Pietro.
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30 Dicembre 2008
Passaparola e Zorro
Pubblico oggi la puntata di Passaparola di Marco Travaglio di lunedì 29 dicembre. Colgo occasione per dare spazio anche ad un suo articolo nella rubrica "Zorro" de L'Unità di oggi dal titolo "Mimì metallurgico", riferito ad alcune dichiarazioni di Clemente Mastella.
Riporto il testo dell'articolo e a seguire quello dell'intervento video di Passaparola.
Mimì metallurgico (L'Unità, 30 dicembre 2008)
Il destino cinico e baro continua ad accanirsi sui Mastella’s. Stavano quasi riuscendo a rifarsi una verginità sulla pelle di Cristiano Di Pietro, a suon di interviste compiacenti. Ma proprio sul più bello è giunta notizia delle dimissioni di Di Pietro jr. dall’IdV per un paio di semplici raccomandazioni: un gesto di grande dignità, che infatti in Italia non fa mai nessuno, nemmeno se l’arrestano. Ieri il Giornale raccoglieva le lamentazioni di Elio Mastella, che si presenta come un umile metalmeccanico finito nel «terribile tritacarne mediatico» e tiene a distinguersi da Cristiano: «Mai avuto raccomandazioni, mai provato a far carriera nel partito di papà, che è uno dei politici meno familisti». Infatti Sandra, moglie di Clemente, presiede il consiglio regionale campano. Il cognato Pasquale Giuditta era deputato. Il consuocero Carlo Camilleri era capo del consorzio del Sele. L’altro figlio, Pellegrino, era consulente del governo e assicuratore de Il Campanile, con moglie all’Agcom. Elio, il metallurgico della porta accanto, era responsabile della «Iside Nova» che organizzava eventi culturali a Benevento patrocinati dal consiglio regionale di mammà, mentre la fidanzata Roberta era leader dei giovani Udeur e consigliera regionale in Liguria, e l’ex fidanzata Manuela era praticante al Campanile. Elio e Pellegrino acquistarono 4 alloggi più la sede romana del Campanile a prezzi stracciati e ora pagano una super-rata mensile di 6700 euro, alla portata di ogni metalmeccanico. Meno male che papà non è familista, sennò metteva a carico dello Stato anche la colf e la gatta.
I mandarini della Casta (Passaparola, 29 dicembre 2008)
"Buongiorno a tutti.
Questo è l'ultimo appuntamento con il Passaparola del 2008, quindi è un'occasione per farci gli auguri e per raccontarci un paio di cose che oggi riguardano i processi e le indagini che stanno investendo in varie parti d'Italia il Partito Democratico e la sua reazione.
La reazione iniziale di Veltroni, va detto, era stata buona e civile, quella che ci si attende da un leader di una democrazia normale, e cioè massima fiducia nella magistratura, facciamo autocritica, poniamoci la questione morale, evitiamo i complottismi.
Poi via via col passare dei giorni siamo arrivati alle ultime esternazioni, che sono iniziate quando è stato scarcerato dagli arresti domiciliari Luciano D'Alfonso, sindaco di Pescara.
Allora la posizione del PD ha cominciato a declinare verso non dico una posizione berlusconiana ma molto vicino."
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