Tra le cronache riportate in questi giorni dai vari mass media – televisioni, radio e carta stampata - sugli innumerevoli danni arrecati a persone e a cose nell’ultima alluvione, molte sono state le interviste, i pareri scientifici e non, e le dichiarazioni rilasciate da insigni personalità del mondo politico nazionale e regionale sulle cause naturali ed umane che hanno provocato questo ennesimo disastro. In questa ridda di voci ritengo opportuno dire “anche la mia” su un tema così scottante come quello relativo alla gestione del territorio di Capoterra.
Vivo in questa località , nella lottizzazione di Poggio dei Pini, da molti anni e per un lungo periodo ho dato il mio personale apporto alla gestione del Comune: prima come consigliere, poi come Presidente del Consiglio Comunale e successivamente come assessore della precedente giunta, dimissionario per diversità di vedute prima della scadenza del mandato.
In tutto questo periodo ho avuto modo quindi di vivere direttamente l’evolversi della comunità capoterrese ed oggi, utilizzando la “rubrica” di questo sito informatico, intendo fare alcune mie personali considerazioni.
Come al solito Capoterra, paese generalmente trascurato dai mezzi di comunicazione se non per fatti di cronaca nera o di secondaria importanza, sale sulla ribalta regionale e nazionale per avvenimenti particolarmente angosciosi riguardanti il suo territorio quali gli incendi e le alluvioni. Capoterra, fino a quaranta anni fa , era un piccolo centro dell’area cagliaritana con una economia prevalente agro-pastorale e particolarmente rinomato per “ is pillonis de taccula” (grive). In passato fu anche area di sfruttamento per la produzione di carbone e legna da ardere e per i lavori in giunco e vimini. Molte le speranze di occupazione confortarono le aspettative dei capoterresi con la creazione della grande industria nel comparto di Macchiareddu, ma ben presto alle speranze seguirono le forti delusioni dovute al loro progressivo ridimensionamento. Capoterra praticamente del fatto di essere al centro di un polo di sviluppo industriale negli anni ha solo subito il danno e mai il meritato vantaggio.
E poi le lottizzazioni: un uso sfrenato del territorio con ritorni sicuramente non proporzionati al danno subito. Oggi Capoterra conta circa 25 mila residenti , mentre alla fine degli anni sessanta ne aveva poco più di sette mila.
Una crescita abnorme che per anni l’ha collocata tra le località della Sardegna a più alta crescita demografica.
Il fenomeno, comune ad altre comunità dell’area metropolitana, può essere fondamentalmente attribuito a tre concause: l’impossibilità da parte del capoluogo isolano di contenere nell’area urbana le forti richieste di insediamento conseguenti al “ flusso migratorio” proveniente dai vari centri della Sardegna e dal continente, la possibilità di “farsi una casa” a prezzi accessibili nel suo immediato circondario, il vantaggio di godere dei benefici della vicinanza della “grande” città vivendo in un angolo di mondo veramente bello e più a misura d’uomo. Di converso alcuni speculatori, non solo locali, potevano potenziare i propri guadagni valorizzando aree fino ad allora di modesto valore.
I primi interventi di edilizia residenziale convenzionata , che ha trasformato alcuni terreni “ a mare” in terreni edificabili, sono nati a Maddalena Spiaggia, a Frutti d’Oro- La vigna e Su Loi. Successivamente, in un arco temporale di circa venti anni, sono nate altre lottizzazioni, nuove o a completamento, quali quelle di Picciau, Frutti d’Oro 2 , Rio San Girolamo , Su Spantu,Torre degli Ulivi, Poggio dei Pini, Santa Rosa e Coop.1000 ed altre.
Il tutto in costanza di un Piano di fabbricazione in essere dal 1969 e fino ad oggi mai sostituito.
A questa spinta “ verso nuove terre” si sono aggiunte altre richieste di lottizzazione, ma queste fortunatamente non sono state autorizzate dal Comune. Se anche queste fossero state accolte Capoterra avrebbe raggiunto in breve tempo dimensioni tali da inserirsi rapidamente tra i primi quattro/cinque centri a più alta popolazione della Sardegna.
Per molti anni infatti sono rimaste in itinere altre 10 lottizzazioni per complessivi 1.700.000 metri cubi di costruzioni su una superficie complessiva di circa 500 ettari ! Tra queste ricordiamo quelle relative a Bardana, Sole e Mare, Monte Savio, Marimonti Sardegna, Le terrazze, Villaggio dei Mandorli, Villalta e capoterra2. Molti imprenditori, più o meno noti, ma tutti fortemente interessati al grosso affare, hanno contestato il Comune per il suo atteggiamento stavolta non accondiscendente. Tra queste grosse aziende ricordo la CORAS, legata alla EDILNORD di Paolo Berlusconi, che intendeva edificare circa 150 Ha di superficie per oltre 700 mila mc!. Lottizzazione che avrebbe dovuto insediarsi in località S. Girolamo, alle spalle di Poggio dei Pini e nelle vicinanze dell’ Iydrocontrol;lottizzazione che a regime avrebbe portato un incremento di circa sei mila abitanti. Abitanti che oggi in gran parte avrebbero subito i danni dell’alluvione.
Mi sono sempre domandato e mi domando : oltre all’ ulteriore devastazione del proprio territorio, Capoterra, in termini economici, cosa avrebbe ricavato nel breve da questo ulteriore mare di cemento?
Niente. Solo perdite e maggiori grane.
Le nuove lottizzazioni, come le esistenti, sparse casualmente sul territorio, avrebbero richiesto grossissime spese di investimento e di gestione per assicurane il collegamento viario e la dotazioni dei servizi necessari ( fognature, rete idrica, strade, scuole, raccolta dei rifiuti, ecc), senza un adeguato ritorno economico. Peraltro si sarebbero riscontrati ancora maggiori squilibri sociali derivanti dal repentino insediamento e dall’impossibilità da parte di una amministrazione calibrata sulle esigenze del piccolo comune di dare loro la dovuta assistenza, in termini di servizi.
Fortunatamente almeno queste lottizzazioni sono state bloccate dal,Consiglio Comunale con la famosa delibera n. 9 del febbraio 1994; delibera che generò molte delle azioni intimidatorie a carico degli amministratori.
Purtroppo però ancora oggi non si è riusciti ad addivenire alla formulazione di un Piano Urbanistico. La presenza di questo strumento non solo avrebbe indicato non solo le destinazioni d’uso del territorio ( zone residenziali, zone agricole, zone artigianali, ecc), ma avrebbe anche stabilito, sulla base delle conoscenze derivanti dagli studi esistenti ( e profumatamente pagati) di carattere geologico,strutturale, geomorfologico, idrogeologico ed ambientale, le zone da dedicare ad una corretta estensione dell’edilizia e dei servizi.
Così non è stato ed i risultati di questa imperdonabile negligenza sono sotto gli occhi di tutti.
Più volte gli amministratori ( a prescindere dal colore politico) dei vari governi comunali che nel tempo si sono succeduti si sono impegnati di volta in volta a portare avanti la realizzazione di un idoneo PUC, ma per molteplici ragioni, se vogliamo anche di natura burocratica , non sono mai riusciti a raggiungere questo loro intento (?).
Non vi è dubbio che la mancanza di questo importante strumento di programmazione ha consentito negli anni una espansione sregolata.
L’uso del territorio è stato in questi anni molto arbitrario e le sue trasformazioni purtroppo non sempre sono state coerenti con i forti rischi idrogeologici.
Per anni si è continuato a dare licenze di costruzione in zone altamente pericolose, e cosa inverosimile, anche vicino ai corsi d’acqua.
Mi domando : adesso, superata la fase di primo soccorso alle famiglie e del ripristino delle case danneggiate, cosa s’intende fare?
Sicuramente si dovrà sistemare urgentemente il territorio, individuando i punti di manutenzione delle aree fluviali per limitare la vulnerabilità futura, e poi varare un rigoroso Piano Urbanistico. Questo presupposto sarà realizzabile? Sarà possibile arginare il corso fluviale e con quali risorse? E le case finite sotto la marea di acqua e fango saranno garantite da questi nuovi lavori?
Sono curioso di sapere quali decisioni verranno prese nei confronti dell’esitente, ma intanto deve essere realizzato il Piano Urbanistico. Piano che anche questa volta sta procedendo con una lentezza esasperante ( e non se ne capiscono le ragioni) e che, continuando così, non vedrà la luce prima della fine del mandato di questa Giunta.
Piano, e questo è fondamentale, che non deve essere la semplice sommatoria di interessi individuali, ma che deve scaturire da una precisa analisi del territorio e deve essere capace di assegnare in futuro a ciascun intervento un preciso ruolo all’interno di un quadro d’insieme.
Capisco che si tratta di un vespaio di difficile soluzione, ma un’Amministrazione seria e capace deve trovare i giusti equilibri tra le pretese dei proprietari della terra, la struttura idrogeologica del territorio e le esigenze di una comunità che vuole progredire socialmente e vuole sentirsi bene inserita nell’area metropolitana di Cagliari.